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L'attimo è nel caos.
Simple Minds
23
Nov

Articolone del Lunedì: i Simple Minds

Questa è l’uscita dei cinque dal palco del forum, dove si sono esibiti sabato sera i Simple Minds in uno show impressionante.

Novanta minuti o forse di più di spettacolo, ci sarà un motivo se i Simple Minds dal 1977 a oggi si affermano come una delle band più preparate e coinvolgenti on stage, nonostante a conti fatti, primeggino sempre e comunque i loro storici ‘avversari’ (e un po’ anche miei), gli U2. Almeno i Simple Minds non hanno fatto irruzione nella musica del mio iPhone senza chiedere il permesso.
Nel 2014 il gruppo incide il suo sedicesimo album, disco che potrebbe essere preso d’esempio da molti gruppi che fanno musica pop oggi, e che è stato integrato nella scaletta già ricca di successi e roba decisamente coreografica.

Big Music ci ha dato grandi soddisfazioni

ci spiega Jim Kerr, leader storico e voce della band.

Sia per le reazioni della critica e dei fan sia per come le canzoni sono cresciute suonandole dal vivo. Ci ha dato un grande entusiasmo che ha fatto da carburante, e stiamo già guardando avanti, lavorando sul nuovo album

Negli ultimi anni l’industria musicale nella quale i Simple Minds sono cresciuti è praticamente scomparsa. Sarebbe stato facile essere negativi e lasciar perdere, invece è stato il momento di maggiore sfida per questi artisti, che hanno avuto il coraggio di mettersi in gioco e sperimentare, senza perdere l’identità iniziale del gruppo.
I Simple Minds nascono a Glasgow, da un’idea di Jim Kerr, di cui già prima ho detto due robe, e del chitarrista Charlie Burchill, che prima di essere Simple Minds erano Johnny and the self abusers, un gruppo post-punk che pubblicò un unico 7’’ dal titolo Saints & Sinners.
Unendosi Derek Forbes al basso, Brian Mcgee alla batteria e Mick MacNeil alle tastiere, nascono i Simple Minds. Il nome è un omaggio a David Bowie, che in The Jean Genie canta: He’s so simple-minded, he can’t drive his module.
Nel ’79 il disco d’esordio, Life in a Day, e da lì in poi la fama cresce con arroganza e si prende tutto quello che c’era da prendere negli anni ’80.
Il carisma di Kerr e le atmosfere dark delle esibizioni dal vivo contribuiscono in modo sostanziale alla popolarità del gruppo. Sarà Peter Gabriel a notarli soprattutto per il preziosissimo lavoro di Empires and Dance e a introdurli alla Virgin Records, oltre a sceglierli come gruppo di supporto durante la sua tournée del 1980. Nella primavera del 1985 pubblicano il singolo Don’t You (Forget About Me), scritto da Keith Forsey e incluso nella colonna sonora del film Breakfast Club, canzone che al concerto ha scatenato un boato perché è universalmente il pezzo più riconducibile al nome Simple Minds.

Quando la suoniamo dal vivo la gente impazzisce. La cosa strana è che a quel pezzo non credevamo per niente, anzi, quando Keith Forsey, produttore e autore del brano, ci propose di inciderlo rifiutammo due o tre volte prima di accettare. Dopo averlo registrato ce ne scordammo subito, così quando finì primo in classifica… Non che non fossimo contenti, ma sentivamo di non meritarcelo, perché la verità è ci avevamo lavorato poco, su quella canzone, mettendo il «la la la» alla fine per l’ansia di chiuderla. Ormai, invece, è parte di un rituale collettivo irrinunciabile

Si succedono una cosa come 15 o 16 strumentisti dal 1977 al 2010, e la band in tutto il suo percorso si adatta molto bene ai cambiamenti culturali, collaborando con produttori massicci come Peter Walsh e Jez Coad; su iniziativa di Kerr si impegnano politicamente sostenendo Amnesty International, e organizzando nel Regno Unito e negli Stati Uniti d’America grandi concerti contro il regime dell’apartheid sudafricano. Di questo periodo è l’album Street Fighting Years, che comprende tra gli altri i brani Mandela Day, in onore del leader anti-segregazionista Nelson Mandela e la cover di Biko di Peter Gabriel, 1989.
Nonostante il periodo di declino che negli anni Novanta ha apportato grandi cambiamenti alla formazione e conseguentemente alla composizione musicale stessa del gruppo, i Simple Minds si leccano le ferite e si rialzano
«Non ci siamo mai accontentati di rimanere confinati negli anni Ottanta – ha raccontato Jim Kerr, voce e leader, – Piuttosto abbiamo sempre guardato avanti, anche nel momento in cui le difficoltà tra noi forse hanno superato la voglia di fare musica. C’è sempre stato un legame profondo tra me e gli altri fondatori della band, siamo in primis amici e ci conosciamo da quando avevamo otto anni. Da allora, insieme, continuiamo a fare questo gioco chiamato musica».
Ciò di cui mi sono stupita era il target del concerto. Dal nostalgico con l’accendino e i lacrimoni, a gente come me con vent’anni suonati e zero esperienza alle spalle. Ed esattamente come la musica dei Simple Minds, che implica la new wave, l’impegno sociale, lo spettacolo. In trent’anni ne passa di acqua sotto i ponti, ma è bello vedere che certe cose rimangono, l’amore per quello che facciamo, la passione che ci spinge a rischiare e che allo stesso tempo fa capire a chi ti sostiene che non cambierai, dovessero passare cent’anni rimarrai comunque fedele a quelle che sono le tue radici, senza mai sembrare ‘vecchio’ o fuori luogo. Da neofita dei Simple Minds quale sono, l’altra sera ho imparato questo, e credo sia il motivo per cui i fan continuano a riempire stadi, teatri e forum, perché li amano sempre e comunque.

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