Blog Graffiti

L'attimo è nel caos.
Street Style 1960
17
Ott

Atelier di strada: lo street style

“Visto che non esistono più gli aristocratici per promuovere gusti e
mode, chi decide cos’è che deve piacerci?” Siamo nel 1964, Susan
Sontag si pone questa domanda, incredibilmente attuale, da cui partirà
uno studio sulla psicopatologia dell’opulenza. Certo, non è che uno
non ci dorme la notte perché non ha più un vate dello stile a cui dare
ascolto. Però, perché guardiamo una scarpa e pensiamo ‘gesù, che
brutta’ e dopo due mesi l’abbiamo ai piedi pure noi?
È da mezzo secolo che emerge una regola costante, che parte dagli anni
’50 con Elvis e si infila nella minigonna di Mary Quant negli anni
’60, e nei decenni a seguire si impone ancora più drasticamente
arrivando da Cina e Giappone come imposizione di stile.

Street Style Japan

La regola è: le grandi mode e le tendenze capaci di dettare stili di
vita e comportamenti di consumo, nascono tra i giovani e sono essi
stessi a crearle, adottarle, convalidandole nel tempo.
È proprio quando la cultura suburbana viene estrapolata dal suo
contesto e la strada trova un nuovo Essere che fa successo nel mondo
della moda. Da qui nasce l’identità di ciascun gruppo culturale, punk,
hippie, b-boy. Lo stilista scende dal trono dell’atelier e si ficca in
strada. I suoi modelli? Ragazzi e ragazze qualunque. Il new york times
sdogana il termine Street Style dieci anni fa, pubblicando un inserto
in cui le icone di stile erano semplici passanti. La strada, grembo di
innumerevoli mode, partorisce stili proposti a loro volta sulle
passerelle delle più influenti aziende dell’alta moda.
È negli anni ’60 che la graffiti art inizia a farsi sentire come un
fenomeno che splende di luce propria; in arrivo da harlem, il bronx e
la lower east side, le pareti della città, i convogli della metro e
spazi pubblici somo il museo d’arte popolare di quelli dei quartieri
meno abbienti, e quei disegni, quelle grida di appartenenza e di
disagio sono la rivendicazione di un proprio diritto alla parola.

Street Style New York 1960

Anni fa christian lacroix, dall’alto della sua spocchia di affermato
stilista, ammette che “Molto spesso, i vestiti più eccitanti vengono
dalla gente più povera”. E qui un minuto di silenzio, giusto per
evitare di andarlo a svegliare a sassi in faccia; ciononostante ha
ragione, il graffito contrappone all’impersonalità e l’omologazione di
tutti i giorni una modalità espressiva cromaticamente di impatto,
aggressiva e fatta di colori accesi, industrializzati, colori che
rimandano alla vita vissuta in tutte le sue forme. È un’arte, una
controcultura che keith haring come designer moderno carpisce dalla
strada e eleva a cultura pop per portarla al consumo di massa, una
massa elitaria, quella dei grandi musei e del fashion sistem, che
nel loro modo di agire, accomunano due forme d’arte, la Graffiti Art e
lo Streetstyle, nel semplice fatto di riconoscerle tali.

Street Style Seul

Non è quindi un segreto che l’alta moda si sia fatta furba: nello
streetwear non ci sono leggi, tantomeno limiti, i paradigmi dello
stile sono stati offuscati e l’occhio con cui tutt’oggi guardiamo un
capo è diverso. Ciò significa che lo streetwear può coesistere non
solo con la moda di lusso, ma in realtà può anche diventare parte di
esso. La sensibilità del designer si è evoluta, abbracciando le
influenze di strada e facendole sposare armoniosamente con il tocco
dell’avanguardia contemporanea.

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