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L'attimo è nel caos.
Michael Dressel
29
Ott

Michael Dressel e la fotografia empatica

Nato nel 1958, Michael Dressel è cresciuto dietro la cortina di ferro di Berlino Est ossessionato con la pellicola e desideroso di essere un pittore. Nel tentativo di sfuggire al Workers Paradise, è stato sgamato scalare il muro e ha trascorso due anni in una prigione della Stasi, anni che definisce come i più terribili, importanti e formativi della sua vita. Nel 1986 riesce a trasferirsi a Los Angeles, dove ha trascorso trent’anni facendo editing audio per i film. Michael Dressel non ha mai smesso di cercare il contatto con l’arte visiva, e recentemente ha trovato il tempo di rispondere ad alcune domande riguardo i suoi nuovi scatti. Le fotografie recenti che ha scattato catturano persone in modo impressionista, passando attraverso la loro vita quotidiana. Sono profondamente umane e il momento sembra così fugace. Questo perché Michael Dressel si è sempre definito scherzosamente una macchina fotografica, ormai gli viene automatico scandire ciò che vede come una costellazione di immagini significative del quotidiano Jack Delano disse:

Ciò che mi spinge a cliccare il pulsante di scatto non è ciò che le cose sembrano, ma che cosa significano

Cartier-Bresson parla del momento decisivo. Michael Dressel è questo, attimi che racchiudono significati, catturati in una macchinetta. C’è una sorta di collezionismo dei sentimenti in questo procedimento, io stessa lo porto avanti come progetto collaterale alla musica e tutto quello che faccio; ogni scatto è un piccolo tesoro, che racconta qualcosa e suscita delle emozioni. Questo tipo di fotografia costringe ad essere sempre consapevoli e la consapevolezza è la chiave delle esperienze e della gioia di vivere. E questo, Dressel lo sa. Nonostante sia un fotografo e artista affermato, Michael Dressel utilizza molti riferimenti nella fotografia, per imparare sempre dai più grandi, Edward Steichen, Lartigue e Cartier-Bresson sono alcuni nomi. Uno dei suoi preferiti è Tazio Secchiaroli. Fellini ha costitruito la protagonista de La Dolce Vita, dopo di lui. Le sue foto dal set di 8 ½ sono alcuni dei lavori che ammira maggiormente. Prodotto di due culture, berlino e hollywood, Michael Dressel porta nei suoi lavori l’arte Tedesca, che è stata di fatto la sua formazione e a cui si ritiene molto radicato, nonostante una volta spostatosi a Los Angeles abbia provato un senso di liberazione mai esperito in senso artistico. Il tema LA/ berlino è uno dei suoi grandi progetti fotografici, forse destinato a non finire mai in quanto scheletro vitale della sua cultura. Oltre alla fotografia, Michael Dressel si occupava di audio editing a hollywood entrando in contatto con alcuni dei suoi primi eroi come Johm Schlesimger e Clint Eastwood, con cui ha
collaborato nelle ultime quattordici pellicole dell’attore e regista. Hollywood non ha solo portato grana a Michael, ma lo ha inserito nel mondo dei suoni, che per uno che è sempre stato orientato visivamente sono una bella sorpresa, soprattutto se questi ti fanno portare a casa il pane. Il lavoro precedente agli ultimi scatti di cui parlavo prima, sono dei lavori altamente post prodotti, che ricordano molto le pellicole hollywoodiane. Michael Dressel li definisce dei tentativi di pittura; con l’avvento della fotografia digitale capisce che poteva produrre delle immagini che avrebbero potuto essere dei dipinti, se avesse avuto le competenze tecniche per realizzarli. Inizialmente si sentiva inibito nello scattare persone. Le cose sono cambiate e ritrarre la gente in maniera significativa è un procedimento sempre più intimo e difficile. Una sfida che Michael ha affrontato non solo in senso fotografico, ma oltre, ogni incontro con il soggetto può avere un potenziale amichevole o conflittuale, perché richiede tatto verso la persona ritratta e ti costringe a imparare molto dai comportamento degli altri per trasformarli in tuo bagaglio personale. Non sono immagini che si possono studiare, nascono da un momento e la loro bellezza risiede in quello. Questo tipo di lavoro va via via a estinguersi in quello che è chiamato nuovo mercato della fotografia, in cui c’è distacco e superficialità, in cui non si trova più l’emotività che Dressel è stato capace di trasmettere con i suoi ritratti. Sembra si sia innalzato allo status di fotografo-vate dell’arte sentimentale. Riporto qui sotto la sua spiegazione a riguardo, perché non saprei dirla meglio:

Ho sempre amato che Fellini potesse descrivere le persone nel modo più poco lusinghiero senza essere condiscendente. Sembrava che stava ridendo con noi perché in fondo sapeva di essere tanto un tragico scherzo come il resto di noi. Vorrei essere come quello. Non ho idee preconcette su ciò che voglio esprimere. Io non sono religioso o “spirituale“. Potrei mai capire che cosa che dovrebbe significare. Ma io credo nella magia. La magia che accade quando sto indicando una macchina fotografica la vita e congelare alcuni centesimi di secondo in un’immagine. Dopo che l’immagine si trasforma in questa cosa che comunica quello che penso e sento sul mondo. Questa magia mi permette di fotografare me stesso nel mondo.

Cercate Michael Dressel, interiorizzatelo. Sarà il week end alle porte che mi rende così emotiva, sarà il pre-mestruo forse il sole che entra dalla finestra. Che ne so, me la godo.

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