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L'attimo è nel caos.
Wes Anderson
4
Dic

Piccoli Wes Anderson crescono

Sono giovani e sono bravi. Wes anderson non potrà mai essere sostituito, e i lavori di questi registi sono totalmente originali; solo, guardandoli, si ha l’impressione di un esempio, di una mano molto più ferma che li ha guidati in un cammino artistico. I film di cui sto per parlarvi sono alla partenza di un lungo percorso verso Hollywood, ma con uno stile forte che ha già conquistato la critica, e che si fa carico della eleganza visiva di Wes Anderson come di un mantello.

ALFONSO GOMEZ-REJON – ME AND EARL AND THE DYING GIRL (2015)
Me and Earl and the Dying Girl  è veramente forte. Girato a pittsburgh, racconta della battaglia contro il cancro all’interno di una cricca di ragazzi giovani, e lo fa senza il sentimentalismo dei classici film in cui c’è quello malato. Greg è costretto dai suoi parenti a frequentare Rachel, la figlia di amici di famiglia a cui è stato diagnosticato il cancro recentemente; finisce che fanno amicizia. E quindi dov’è il tocco Anderson?
La stanza di Rachel è un’ambientazione molto simile alla versione homebase del Grand Budapest Hotel.

BERTIE GILBERT – ROCKS THAT BLEED (2015)
C’è questo ragazzo di diciotto anni di nome Bertie Gilbert che da un bello spintone a tutti i potenziali successori di mister Anderson. Il suo ultimo corto Rock that Bleed è stato selezionato per entrare nel circuito del BFI Future Film Festival. La sua palette, i suoi personaggi un po’ in sbatti (una vaga Margot dei Tenenbaum in questo corto in particolare), ci ricorda tanto lo stile targato WS. Gilbert ha già girato sei corti cinematografici, e Blue Sushi, l’ultimo, uscirà a breve.

MARIELLE HELLER – THE DIARY OF A TEENAGE GIRL (2015)
Possiamo solamente ipotizzare come Wes Anderson tratterebbe la storia di una teenager sempre ingrifata, The Diary of a Teenage girl pone sotto un obiettivo spettacolare la sessualità in età puberale, raccontando di come Minnie, la protagonista quindicenne che sogna di fare l’artista, perde la verginità col fidanzato figo di mamma, sdrammatizzando con una comicità molto dolce e pacata. È un’insieme di cose che ci ricorda wes anderson, i colori, le inquadrature impostate, qualcosa che si rifà alla grossolanità della tipografia scelta dal regista.

ROSE MCGOWAN – DAWN (2014)
Come masterpiece delle registe donne, la mcGowan non ha paura di piantare un paletto nel petto del patriarcato. Un’energia ben visibile nel suo corto di debutto, Dawn, il racconto di una ragazza con una madre molto premurosa e importata, che le tarpa la vena della libido. Quindi quando inività la sua fiamma e i suoi amici un po’ scapestrati a casa sua, la notte si scalda e Dawn cerca di rimanere calma. Sarà la palette, le inquadrature e il design anni Sessanta a ricordarci molto il gusto di Wes Anderson, ma Dawn sembra essere il sequel di Moonrise Kingdom. Con un finale spiacevole.

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