Blog Graffiti

L'attimo è nel caos.
dargen damico
9
Dic

#throwbackto: Dargen D’Amico

Jacopo D’Amico nasce a Milano nell’80, i genitori di Filicudi (‘“dove cazzo è quel pazzo?” mentre io sono già a Milazzo e aspetto il traghetto diretto a Filicudi/ nell’attesa duetto a calcetto con un bimbo a piedi nudi / quando arrivo sull’isola è già finito il giorno/ al mio disco penserò meglio quando ritorno’). Sin da giovane lo trovavi nelle battle di freestyle; in quei momenti non era Jacopo, ma Corvo d’Argento, come il libro-game ‘il mistero del corvo d’argento’. A quattordici anni vince un contest di freestyle a One Two One Two, e in più va a scuola assieme al Guercio (guè pequeno) e Fame (jake la furia), al Parini. La somma di questi due elementi produce la nascita delle Sacre Scuole, trio rap che nel duemila si fa conoscere al mondo con 3 MC’S al cubo, e che consacra Dargen a capo degli scioglilingua, con barre d’effetto e un flow unico.
‘è stato un periodo molto intenso, scrivevamo continuamente, e fondamentalmente siamo cresciuti assieme perché quell’esperienza ha occupato un passaggio cardine, non solo artisticamente, a cavallo tra l’adolescenza e la maturità’, così ne parla Dargen nel libro Storia Ragionata dell’hip hop italiano. Ne è un esempio Salvation Army part I, che è un pezzo cantato unicamente da D’amico, arricchito di incastri lirici rappati veloci, una capacità sorprendente vista anche la giovane età. Nonostante sia considerato, almeno ai tempi delle Sacre, uno dei rapper italiani più veloci e tecnici della storia (Ho l’esperienza che si conquista solo dopo anni di free-pass in lista /e si amministra con fiumi di Crystal /e il fascino da artista nullatenente, in affitto, vittimista di diritto/ con poco fra le mani come il sottoscritto, onanista.), Dargen muterà sostanzialmente il suo stile nel tempo fino a creare un genere tutto suo; a metà tra il rap, il progressive e l’elettronica, il tutto condito da testi e interpretazioni vocali più accomunabili alla poesia ed al cantautorato che al rap vero e proprio. Lui stesso si definirà “cantautorap”. Da qui comincia infatti la carriera solista di Dargen; esce nel 2006 Musica senza Musicisti, un progetto lontano dal concetto italiano di rap, che tende verso la musica classica italiana con testi capaci di giostrare quello spettro di umori che vanno dallo slancio poetico a un uso non banale dell’ironia, riscrivendo l’espressività della vocalità hip hop.
Dargen non è solo un esempio di quello che può diventare il rap, una volta che si mescola alla cultura di un artista; Dargen è diventato un vero simbolo, esso stesso il proprio marchio di fabbrica. ‘Il sostegno degli appassionati ti dà la possibilità di durare nel tempo, mentre il mainstream, se ti regala il colpo di fortuna della fama, ti relega comunque sempre a meteora’.
Lo vedi sempre con gli occhiali, quelli che lui dice di mettere perché le luci sul palco gli danno fastidio: una caratteristica fondamentale del personaggio che si è creato, che lo ha portato a creare una collezione tutta sua, i Bodyglasses.
D’Amico è noto per essere un personaggio piuttosto eclettico e stravagante, come è possibile notare in diverse interviste in cui divaga molto sulle domande che gli vengono poste, mostrando una spiccata forma di umorismo. Lui è così, uno capace di definirsi emo-rap.
Nel 2007, Dargen partecipa come compositore e collaboratore in diversi brani dell’album Figli del caos del gruppo milanese Two Fingerz. L’anno seguente esce il doppio CD da solista Di vizi di forma virtù, in cui i vari lati emotivi di Dargen si incrociano, si scontrano e danno vita al rapper di genere. L’elettronica ha un ruolo fondamentale nelle sperimentazioni musicali all’interno della sua discografia, che vede una stretta collaborazione con il duo electrohouse Crookers. Ma le influenze musicali di Jacopo arrivano dai dischi di Battiato, Jannacci e Dalla; quest’ultimo è protagonista del video di Nostalgia Istantanea, in cui viene ricordato dopo la sua scomparsa nel 2012 con un ritratto che viene realizzato mano a mano che passano i minuti.
Dargen è uno che balla da solo e in coppia; le sue collabo sono tante, da ricordare Fabri Fabri e Marracash nei lavori con Roccia Music.
Nel 2012 esce appunto Nostalgia Istantanea, che comprende un flusso di coscienza che Dargen ha voluto monitorare prima di addormentarsi e successivamente al sonno. L’album ha la partecipazione di Emiliano Pepe, cantante, pianista e caro amico di Jacopo.
Il 2013 è la svolta al pop. Non perché prima fosse diverso, ma perché entra in giuria a Sanremo giovani e pubbica Vivere aiuta a non Morire, in cui le collaborazioni sono tante e varie Enrico Ruggeri, J-Ax, Andrea Nardinocchi, Fedez, Max Pezzali, Andrea Volontè, i Perturbazione, Michele Lily (cantante della Mondo Records di Mondo Marcio) e i Two Fingerz.
E poi c’è D’io, che io non ho capito bene, ma che Dargen scrive e indirizza a quelli della sua generazione; un esempio, la traccia che si intitola proprio ‘la mia generazione’: “E’ l’unica canzone che mi ha provocato un certo senso di fastidio, perché è l’unico episodio non strettamente personale del disco. Mettiamola così: se tutti gli altri pezzi sono selfie, questo è una panoramica. E il timore che avevo era quello di arrogarmi il diritto di fare un affresco di questa generazione, quando altri – infinitamente più bravi di me, e penso a Gaber, tanto per citarne uno – sono già riusciti nell’impresa. Non nascondo che sia stata una sfida, in un certo senso: l’idea non era quella di parlare della mia generazione, ma di una generazione. Non è una canzone legata al tempo e alle circostanze: se fossi nato nel Sessantotto, molto probabilmente avrei scritto le stesse cose. Anche se, attenzione: non sono un poeta o una scrittore, non scrivo libri”. Però che gli sia stata cucita addosso l’etichetta di “poeta” o “cantautore rap” è innegabile: “La poesia è tutto ciò che si definisce come tale: nel senso comune contemporaneo, in genere è un concetto che si associa alla parola non utilizzata per fini immediatamente utili. Quindi sì, come definizione non mi dà fastidio, anche se magari non mi ci ritrovo, perché io e i poeti italiani che si studiano a scuola non solo giochiamo in due categorie diverse, ma pratichiamo sport differenti. Tuttavia preferisco che mi chiamino ‘poeta’ che ‘politico’”.

Scrivi un commento